Dopo tre anni di lunghe vacanze invernali in questo grande Paese, abbiamo deciso di avventurarci nell’estremo sud fino alla frontiera e oltre con la Mauritania. Ottenuto un visto all’Ambasciata Mauritana di Roma, partiamo con il comodissimo traghetto della Grimaldi che fa la spola Livorno Barcellona Tangeri. Il viaggio dura quasi tre noiosissimi giorni, passati a sonnecchiare in cabina o a trasmettere le proprie esperienze ad altri viaggiatori neofiti del Marocco. All’arrivo a Tangeri sbarco-dogana-cambio-autostrada e pieno di benzina, ormai sappiamo cosa fare e tutto procede molto velocemente. La prima
tappa è ormai di tradizione: la splendida laguna di Moulay Bousselam dove ci attende una piacevole sorpresa: il campeggio International ha nuove docce, un ristorantino e il wifi, tutto ben gestito da Cristine. La frittura di pesce appena pescato è obbligatoria..Il mattino dopo ci accoglie un bel sole ma la temperatura è insolitamente fredda per il mese di Febbraio. Decidiamo di rimanere per partecipare alla simpatica “asta” del pesce che normalmente si tiene sulla spiaggia al rientro delle barche. Sogliole, calamari e dentici vengono offerti a prezzi irrisori agli stessi turisti ed è possibile immaginare quanto poco possa costare il pesce da queste parti. Un grosso squalo volpe viene caricato su un furgone e tanti rami di corallo fanno bella figura tra le cassette di pesce. Cerco di convincere un pescatore che è un grosso errore asportare il corallo dal mare ma non capisce. Per lui le risorse del mare sono infinite e tutte a disposizione dell’uomo. Alla fine ci accordiamo per una passeggiata in laguna e la promessa solenne da parte sua di non pescare più coralli. Nessuno ci crede ovviamente..A sera, comunque, dentice al forno e televisione italiana. A mattina presto partenza per Marrakech, abbiamo intenzione di sfruttare tutta la rete autostradale marocchina per scendere al sud. Destineremo al viaggio di ritorno le piacevoli soste a Fes, Essaouira, El Jadida e Asilah. Facciamo comunque una veloce sosta a Rabat al supermercato Marjanne il più fornito del Marocco, secondo me. Ricarichiamo la pennetta della Inwi e la Sim marocchina che mi permetterà di utilizzare il navigatore dello smartphone. La chiavetta della Maroc Telecom, molto più potente di quella di Inwi, purtroppo non si trova così facilmente. Nei pressi di Casablanca facciamo gasolio e lì probabilmente accade il fattaccio…nei dintorni di Marrakech il motore sembra perdere colpi ma siamo molto carichi, c’è molto vento e non ce ne preoccupiamo troppo. Inizialmente si era pensato di fermarci in un campeggio molto carino fuori Marrakech ma ormai è sera e il Camping Ferdaous si trova all’uscita dell’autostrada. Piove, fa freddo e, andando a dormire, accendiamo la stufa chiedendoci dove sia andato a finire il clima mite del Marocco.
Salutiamo Marrakech e riprendiamo l’autostrada di montagna che ci porterà ad Agadir ma dopo un centinaio di chilometri il motore inizia ad accusare problemi seri. “Anomalia grave al sistema di iniezione” dice la spia, “mancato riscaldamento della candeletta di accensione” ne dice un’altra. Aiutati da un benzinaio volenteroso ma completamente ignorante, proviamo a pulire il filtro dell’aria pur essendo consapevoli che purtroppo non si tratti di quello. La preoccupazione aumenta quando scopriamo che il filtro del gasolio di riserva che abbiamo acquistato in Italia basandoci sul numero di matricola del motore, in realtà non serve a nulla. Una telefonata chilometrica con l’Europ Assistance ci convince che chiamare un carro attrezzi in Marocco sarebbe davvero l’ultima spiaggia, quasi quanto lasciare il camper in autostrada. Decidiamo così di proseguire a
regime ridottissimo e nel frattempo cercare su internet un’officina Fiat ad Agadir. Troviamo l’indirizzo e tramite il navigatore ci dirigiamo in Boulevard Al Madina. Pochi minuti di analisi e la centralina fornisce l’esito ormai scontato : filtro e iniettori sporchi. Bisogna passare una notte accanto all’officina. Certo che l’accoglienza è ottima: wifi, elettricità, acqua e custode. Siamo anche in compagnia di altri più sfortunati di noi e, tra di loro, un milanese, arrivato dalla Mauritania con il camper caricato su un camion, ci riferisce che la frontiera rimane chiusa sempre più spesso. Siamo un po’ demoralizzati, e il problema della frontiera con la Mauritania chiusa a giorni alterni ci preoccupa non poco. Decidiamo così di fare una sosta ad Agadir e ci dirigiamo al Camping Atlantica Park dove sappiamo di trovare tutti i confort, pesce a volontà e una bellissima spiaggia. Nel campeggio ritroviamo degli amici conosciuti l’anno scorso e ci sentiamo davvero a casa. La macchina a disposizione, anche se un po’ particolare, ci permette di recarci in città o fare delle gite nei dintorni. Visitiamo così la Valle del Paradiso percorrendo la panoramica ma brutta strada fino alle cascate completamente secche. Andiamo a fare la spesa nel magnifico souk di Agadir, andiamo a mangiare da Omar alle bancarelle del pesce del porto e finalmente riesco ad acquistare la chiavetta della Marcoc Telecom presso la sede del porto turistico. Andiamo anche a visitare il Parco naturale di Souss Massa a sud di Agadir, un luogo selvaggio molto suggestivo alle foci del fiume Souss. C’è anche un bel campeggio in riva al mare nella zona a sud del Parco. E si riparte verso il sud con una tappa a Tiznit per ordinare gli occhiali dall’ottico e due vestiti dal nostro amico sarto. Riusciamo a sbrigare tutte le commissioni solo grazie al fatto di poter sostare al Camping Municipal in centro città. Il potere delle bevande e delle cibarie italiane apre tante porte in Marocco. Si riparte verso Tan Tan utilizzando la strada Nazionale 1 che, nel tratto di montagna è trafficatissima e piena di buche. Stremati arriviamo alla famosa rotonda all’uscita della città di Tan Tan e dimentichiamo lo Stop trappola. Multa salata e verbale sono lo scotto da pagare. Arriviamo al paese di El Ouatia dove troviamo una delle grandi industrie conserviere del pesce della zona. Certo, il paesaggio non è invitante ma la spiaggia del campeggio è bella. E’ sera ormai e la giornata è ventosa ma noi riusciamo a parcheggiare dietro a un villino, alzare
la parabola e rilassarci davanti alla tv. L’indomani visitiamo il porto e ripartiamo per il sud. Qualche chilometro avanti il panorama inizia a farsi davvero interessante: la strada corre lungo una piattaforma alta circa da 10 a 20 metri sul mare. Gran parte delle falesie sono raggiungibili attraverso piste facilmente individuabili. Le piste finiscono accanto a piccolissime baracche o tende che ospitano pescatori. Qualche camper staziona accanto alle baracche, alle spalle il deserto pietroso, l’hammada e qualche ciuffo d’erica che lascia ben presto il posto alla sabbia. A circa 30 chilometri da Tan Tan Plage la falesia viene tagliata da il letto del fiume Chebeika e una grande duna verso il mare riesce creare una piccola laguna. Che peccato ! Stanno costruendo un centro residenziale “integrato nella natura” dicono loro.. Ancora 20 chilometri e le dune si fanno più frequenti assumendo la classica forma a barcana cioè a mezzaluna con la gobba rivolta verso la direzione del vento dominante da queste parti il N, NE. Le dune sono in eterno movimento e spesso invadono la strada. Ad un tratto la strada scende verso il letto di un altro fiume il Ma Fatma (in alcune mappe viene riportato il nome del fiume Zehar). Una
laguna incantevole, una spiaggia immensa e tranquilla contornata da altissime falesie spumeggianti, un vero paradiso dove è impossibile non fermarsi. Attraversato il letto del fiume, troviamo una pista sulla destra con l’indicazione “parcheggio”. Troviamo qualche camper e una piccola costruzione dove una specie di custode porta dell’acqua. Proseguendo a piedi sulla falesia scopriamo una balconata che sembra scavata apposta per la pesca sul mare. E’ un peccato dover ripartire tanto più che la strada si fa sempre più stretta e l’asfalto laterale è spesso sbriciolato fino a creare un alto gradino con il terriccio circostante. Arriviamo ad Akhefenir e ci fermiamo per farci dare il permesso di visita nel parco di Naila ma ci avvertono che non è più necessario, basta pagare 40 dihram al guardiano. Il paese è un piccolissimo agglomerato di case senza elettricità e il ristorante “La Courbine d’argent” a circa 500 metri a sud del paese sembra un ritrovo chic della Costa Azzurra capitato lì per caso. Proseguiamo per il Parco e, seguendo le indicazioni molto chiare, arriviamo al parcheggio dove sostano già una decina di camper. I nostri vicini di piazzola ci raccontano che mentre noi subivamo a Tan Tan una giornata molto ventosa, loro sono stati bloccati in camper da una vera e propria tempesta di sabbia. Naila infatti è contornata da alte dune tanto da chiederci come mai tanta gente si reca a Mihammid quando qui potrebbe trovare la stessa sabbia color avorio. Una lunga passeggiata fino alle saline, una piacevole chiacchierata con degli italiani che tornano verso casa, due belle sogliole e un panorama indimenticabile. Grazie Naila di tutto questo. Torniamo sulla N1, molto brutta e spesso insabbiata. Il panorama è sempre desertico con alte dune in lontananza, unici esseri viventi sono le grandi mandrie di dromedari. Tarfaya sembra un paese di frontiera che si anima solo attorno alla strada principale. A un posto di blocco della polizia ci chiedono la fiche, il foglietto con le nostre generalità. Proprio quest’anno lo abbiamo dimenticato. Ne chiediamo una fotocopia in bianco. Ci costa mezzo chilo di pasta italiana… A sud del paese, alla rotonda con la barca prendiamo la prima uscita a destra cioè la strada costiera che, pur non ufficialmente, è stata ultimata e arriva fino a Laayoune. La strada corre molto vicino al mare spesso al di sotto del suo livello tanto da essere circondata da pozze d’acqua mentre le dune tentano di invaderla. Infine la costa risale su alte falesie. Le baracche dei pescatori sono molto numerose ma sempre ben distanziate fra di loro. Sono ben attrezzate con tutti i sistemi di collegamento: una grossa parabola e un’alta antenna probabilmente un ricevitore Vhf.
La cosa strana è che non hanno né elettricità né barche per andare a pesca. Eppure sono tutte o quasi tutte abitate e le persone che le frequentano non sembrano pescatori. La costa è comunque molto bella e disseminata da relitti. Sembra infatti che in
quel punto, distante circa 60 miglia dalle Canarie, si verifichino delle tempeste insostenibili per le imbarcazioni. A Laayoune proseguiamo per Bojdour seguendo sempre la N1 noiosa e poco trafficata. Altri posti di blocco, altre richieste di documenti etch. Boujdour, come tutte le città africane possiede anch’essa un entrata trionfale: strada a 4 corsie, grande porta e tanti lampioni. A parte questo, c’è ben poco da vedere. Il campeggio comunque è pulito e ben organizzato nonostante il vento che ci impedisce di aprire la parabola. Il collegamento internet non funziona così come la rete mobile Inwi. Siamo così costretti a telefonare da una cabina per sapere che il nostro viaggio finisce sicuramente in Marocco. Ce lo aspettavamo già da Agadir che sarebbe andata così e prendiamo la cosa con filosofia. All’uscita dalla città incontriamo un gippone dell’Onu il cui conducente si sbraccia salutandoci. Probabilmente è un osservatore italiano. Da Bojdour in giù il deserto si fa incombente, i paesi sono sostituiti da avan posti militari o da città fantasma. Forse per invogliare il popolo a trasferirsi e proseguire così la “marcia verde” il governo marocchino ha costruito e continua a costruire dei paesi fantasma. Una cisterna, delle case un generatore e forse una scuola, il tutto pronto per essere abitato. Ma da chi ? Chi, pur essendo attirato dalla benzina detassata e dalle incentivazioni potrebbe trasferirsi in un paese così inospitale ? Da queste parti una palma diventa un miraggio e una bottiglia d’acqua rappresenta il regalo che i conducenti delle corriere della linea Dahkla Agadir gettano ai lavoratori che spazzano le strade dalla sabbia. Un centinaio di chilometri prima di Dahkla la strada inizia a percorrere uno strano paesaggio fatto da alte formazioni rocciose che risultano spesso costituite da agglomerati di conchiglie fossili. Verso mare delle rocce bianchissime nascondono gruppi di baracche indicati come “Villaggio di pescatori”. Tra questi Lakka o Lakra che di surreale possiede sia la
bellezza che la povertà. Ci fermiamo alla stazione di rifornimento diroccata che si trova proprio all’altezza dell’incrocio per Lakka. Il benzinaio aziona una pompa a mano per prendere il gasolio che azionerà il gruppo elettrogeno che darà energia al distributore..mentre noi pensiamo con terrore agli iniettori fatti ripulire ad Agadir. Dopo l’ennesimo paese disabitato ecco apparire la costa occidentale della penisola di Dahkla. Il cielo azzurro, il bianco accecante delle scogliere, l’azzurro intenso del mare e la spuma delle onde che frangono continuamente sulla costa..un paesaggio bicolore, veramente particolare. Rimaniamo stupefatti perché nessuna foto, nessun racconto può essere paragonato al colpo d’occhio del panorama di Dahkla.Alla rotonda che rappresenta lo svincolo per recarsi sulla penisola la polizia ci lascia passare. La strada prosegue seguendo
l’andamento delle alte rocce ricoperte di sabbia bianchissima della penisola e dopo qualche chilometro appare il mare interno che, a seconda dell’avanzare della marea, lascia o meno spazi infiniti di bagnasciuga. Al centro della laguna si erge solitaria l’isola rocciosa di Herb mentre il vento, costretto a passare tra le rocce, a girarsi e a rigirare diventa impetuoso alzando un velo di sabbia che rende tutto il panorama ancora più surreale. Dopo l’ennesimo posto di blocco individuiamo, al parcheggio di una spiaggia pubblica, circa una trentina di camper che, a giudicare dal tipo di organizzazione, sembrano sostare lì da qualche mese. Camper circondati da recinti, cucinotti, parabole a terra, fili per stendere i panni, abitudini a dir poco sconcertanti ..un accampamento che, mi dispiace dirlo, più che l’aggettivo selvaggio si meriterebbe quello di sporco. Che peccato ! Il posto è stupendo : circondato da rocce, con l’isola di Herb a portata di passeggiata e un mare pescosissimo, a giudicare dai resti di crostacei abbandonati sul bagnasciuga. La sosta è comunque gradevole e interessante. Infatti la giornata del “campeggio” inizia presto con la partenza dei camperisti-pescatori che, muniti di stivaloni, canne e zainetti porta pesce si avviano sul bagnasciuga alla ricerca del mare. Poi la giornata passa con la pulizia del pescato, la pulizia del camper e infine la ricerca dell’acqua in città. Ma non esiste solo quel punto sosta. Lungo la strada, circa 38 chilometri, che percorre la penisola fino alla capitale Dahkla ci sono punti molto belli sulle falesie o vicino al mare. A 6 chilometri a nord della città esiste poi un campeggio sul mare dove poter fare rifornimento d’acqua e una bella doccia calda. Dahkla è una città essenzialmente militare ma possiede un porto importante e una grossa industria conserviera. Il lungomare è ben curato e il souk offre di tutto, anche se a prezzi maggiorati a causa della grande distanza con il resto del mondo. Una centrale elettrica rifornisce la città ma, a quanto pare è insufficiente e l’energia è contingentata. Infine il nostro spirito nomade prende il sopravvento e si riparte per il sud alla ricerca del Tropico del Cancro percorrendo a ritroso i 40 chilometri di penisola. Riprendiamo la N1 e ci dirigiamo a sud attraversando il paese di El Hergub, un agglomerato di case con relativa caserma, posto di blocco e qualche casa fantasma. Il paesaggio è davvero molto bello: mandrie di dromedari si aggirano nel deserto di sabbia chiara e un mare azzurro calmissimo ci divide dalle dune di Dahkla in lontananza. Proseguiamo ancora alla ricerca del cartello indicante la linea del tropico del cancro ma non troviamo nulla. Il mio navigatore smette di funzionare e il Tom Tom dei nostri compagni di viaggio dà letteralmente i numeri. La vista del golfo di Cintra ci convince che la linea del tropico è ormai superata. Al
ritorno però inizio a ricordare che sulla mappa il tropico coincideva con il nome Porto Rico. Trovata l’indicazione proseguiamo sulla pista e ci fermiamo ad ammirare una bellissima spiaggia protetta da una barriera naturale verso il mare. Ci sono due camper parcheggiati e un accampamento troppo ben curato per essere destinato ai nomadi pescatori. Notiamo anche due antiche Torri allineate verso il mare. Una jeep sbuca dall’accampamento e noi cogliamo l’occasione per chiedere lumi. Ci confermano che la zona di passaggio (migrazione dell’asse terrestre..) delle linea è proprio quella e che quest’anno dovrebbe coincidere con l’allineamento delle torri. A questo punto è d’obbligo una foto ma come fare senza cartello ? Ovvio..lo disegniamo noi !
Il ritorno verso il nord del Marocco è stato forse più interessante dell’andata perché, come accade spesso nei viaggi, allo stupore si sostituisce il desiderio di approfondire e di capire. La strada questa volta è frequentatissima da camion frigoriferi e camioncini che ogni tanto si fermano in piazzole apposite e fanno colare a terra un liquido rosso dall’odore nauseabondo. Questa sostanza ricopre quasi interamente le piazzole senza mai seccarsi tanto che all’andata si era
pensato fosse gasolio fuoriuscito dalle cisterne. Ora capiamo che si tratta di sangue di pesce misto a qualcosa, forse un conservante o semplicemente grasso di pesce, che ne impedisce il disseccamento. I camion fanno la spola tra Dahkla, Layoune, Tan Tan o Agadir seguendo questo tratto di N1 soprannominato “via del pesce”, lungo il quale sono presenti varie industrie conserviere. La “via del pesce” è lunghissima, il pesce percorre circa 1000 chilometri su gomma, spesso con un caldo infernale, prima di essere trattato. La “via del pesce” è anche percorsa da varie corse di corriere che anch’esse fanno la spola tra Agadir e Dahkla. Le corriere si fermano e caricano o scaricano i lavoratori che costruiscono le abitazioni fantasma di città che non vedranno mai anima viva ma che probabilmente servono solo a dimostrare che il governo fa qualcosa per le popolazioni del Sahara occidentale. A proposito di Sahara Occidentale a El Marsa, il porto di Layoune vediamo il grande nastro trasportatore che collega le miniere di fosfati di Bou Kra al grande molo di carico del minerale. Le miniere di fosfati infatti sono state oggetto del contendere tra Marocco e popolazioni del Sahara occidentale. Entriamo nel paese di El Marsa attraverso la classica porta trionfale e poi proseguiamo per Layoune plage , classico paese di mare, quasi disabitato in inverno. Costeggiamo il mare fino a una bella villa probabilmente reale e troviamo sulla destra dei camper parcheggiati vicino a una fontana in maiolica. Accanto c’è una specie di ufficio della gendarmeria reale, quindi possiamo stare tranquilli. Inoltre, per proteggerci dal vento, ci accostiamo a un mega camper tedesco con tanto di Fiat Panda a traino. Subito dopo accanto a noi parcheggia un altro camion-camper tedesco che ha le gomme alte quasi come il nostro di camper. Insomma questa notte potremo stare tranquilli. Facciamo una bella passeggiata sulla spiaggia molto pulita. Qualcuno fa il bagno o gioca a pallone. C’è anche chi pesca. Io mi metto a cercare le conchiglie bucate con cui faccio dei pendagli ornamentali e una bambina, accortasi delle mie ricerche, mi offre il suo bottino con un sorriso che ricorderò per sempre. Non c’è bel panorama che tenga..è questo il Marocco che amo di più.
Nonostante le precauzioni non passiamo una notte tranquilla. Dal cellulare che inizia a squillare in piena notte a un gruppo di ubriachi che si mette a discutere vicino ai camper e, per finire, un sedicente guardiano che inizia a chiedere i soldi alle 6 di mattina. Indispettiti, ce ne andiamo senza dargli nulla e riprendiamo la strada del ritorno. A Tan Tan Plage facciamo un giro del paese e del porto e finiamo la serata con la pizza fatta in casa. Il giorno dopo ci fermiamo a Tan Tan. L’entrata in città è davvero trionfale e l’architettura coloniale delle case della via principale interessante. Verso Guelmine la N1 torna ad essere buona finalmente, ci sembra quasi un’autostrada a confronto con l’asfalto, quando c’era, del sud. Comunque per evitare il tratto di strada da Guelmine a Tiznit, ci dirigiamo verso Sidi Ifni che peraltro è una città davvero piacevole. Arrivati all’ora di pranzo andiamo a mangiare direttamente a Les Nomades un ristorante di ottimo livello che abbiamo scoperto l’anno scorso. Anche quest’anno lo Chef non ci delude : zuppa di pesce, corvina arrosto e spezzatino di dromedario. Parcheggiamo al campeggio Solymar, un piccolo riposo e poi su al paese per andare al mercato del pesce pomeridiano. Questa volta
Mohammèd non ci tratta bene e ci fa pagare 8 euro per una spigola da un chilo. Il fatto è che in Italia siamo talmente abituati alle spigole di allevamento che ,quando capita quella di mare..Mi consolo acquistando delle belle stoffe al suk. Facciamo un giro per il centro e scopriamo che l’amministrazione di questa cittadina in art decò sta facendo di tutto per ristrutturare i bei palazzi coloniali abbandonati alla conclusione della colonia spagnola. Sulla strada del ritorno scopriamo che un gruppo di camper ha trovato un punto sosta alternativo al sito di Legzira. Provenendo da Sidi Ifni la pista verso il mare si individua circa 200 metri prima dello svincolo per il mega centro residenziale che, ancora in costruzione, ha cancellato uno degli ultimi paradisi dei camperisti. Chiacchierando con un camperista in sosta lì da una settimana, veniamo a sapere che c’è stato qualche furtarello. Arrivati a Tiznit ritroviamo i nostri amici e, purtroppo un caldo infernale ma dobbiamo ritirare occhiali e vestiti ordinati all’andata e sappiamo in anticipo che non saranno pronti finché non ci presenteremo di persona. Tornare ad Agadir è un po’ come tornare a casa. Per pranzo ci fermiamo alla pasticceria Tafernaut dove facciamo una chiacchierata con un marocchino che ha vissuto molti anni in Italia e che ora possiede un’azienda ben avviata nel Souss. Azil conferma
l’impressione che abbiamo avuto del Marocco durante questi lunghi soggiorni. Questo paese è a un passo dal totale smarcamento dai problemi africani. Il Re, dimostrando un coraggio non indifferente, da una parte sta modernizzando lentamente la mentalità tradizionalista della gente e dall’altra sta preparando il paese alla sua industrializzazione creando infrastrutture pronte all’utilizzo da parte di tutta l’Africa centrale. Dal nuovo diritto di famiglia che di fatto limita moltissimo la poligamia, ai nuovi accordi con l’Algeria per la costruzione di una grande via di comunicazione attraverso il Sahara, dall’assistenza sanitaria gratuita (al momento solo in prova) per le fasce più deboli, al tentativo di far lavorare la maggior parte della popolazione. Salutiamo il nuovo amico e torniamo al campeggio dove ci incontriamo altri amici italiani che avevamo lasciato ad oziare. E’ sera ma fa molto caldo, circa 34°, una temperatura così alta è rara nel mese di marzo. L’aria piano piano si riempie di sabbia e durante la notte si alza un vento fortissimo da SE. Una vera e propria tempesta di calore e sabbia investe il nostro camper nonostante la protezione degli alberi e delle siepi del campeggio. Al mattino l’aria è ancora irrespirabile ma il vento è leggermente calato. Ci spiegano che questo tipo di scirocco, chiamato anche Simo, è un fenomeno che si verifica da queste parti a fine inverno ed è probabilmente la parte nord di un fortissimo movimento d’aria, detto vento di Hartman che sta investendo l’Africa centrale, il Mali sopratutto. Veniamo infatti a sapere che in tutto il Mali la temperatura notturna si è mantenuta sui 30° e tale temperatura è in grado di bruciare le spighe di grano ormai maturo a queste latitudini, una vera e propria sciagura. Quest’anno quindi, oltre alla siccità, si doveva aggiungere anche la carestia. E pensare che da noi ci si preoccupa di una gelata quando abbiamo a disposizione un grande paese in grado di sopperire ai problemi di una singola regione.. Decidiamo di partire comunque ma, per sicurezza utilizziamo l’autostrada per Marrakech. L’autostrada corre tranquilla e al vento si è sostituita la pioggia mista a sabbia, sistema ideale per rigare i parabrezza. Ma “Essaouira chiama e
l’equipaggio risponde”..all’altezza di Chechaua ci dirigiamo verso la nostra amata cittadina utilizzando la veloce superstrada Chechaua-Essaouira. Chechaoua è in fase di ristrutturazione: lampioni art decò ornano la strada principale e vari palazzi sono in fase di restauro e costruzione. Anche a Essaouira troviamo cantieri in corso ma è il caos più totale. Credo che il 70 % delle strade ,sopratutto in centro, sia in ristrutturazione. Vorremmo parcheggiare sul lungomare ma troviamo dei nuovi cartelli di divieto di parcheggio per i camper. E’ possibile sostare solo sulla piazza del porto ma non amiamo rimanere bloccati dalle macchine e ci rechiamo al campeggio che, unico rimasto in Marocco, offre solo docce fredde . A sera facciamo una lunga passeggiata alla continua scoperta di vicoli, misteriosissimi portoni e bellissimi riad. Siamo comunque un po’ dispiaciuti: questa splendida città ancora non è riuscita a risolvere il problema delle fognature e i cantieri che vediamo da ormai tre anni si sono solo moltiplicati. Ci dicono che il Re verrà a fare visita in città e per quella data i cantieri dovranno essere conclusi…ci consoliamo mangiando un buon cous cous al ristorante Layounne e ascoltando musica Gwava. Essaouira è sede di un famoso festival di musica africana e se si vuole ascoltare della buona musica basta chiedere agli esperti nei negozietti di musica e strumenti. Il giorno dopo il camping si riempie di gruppi organizzati e in quest’occasione bisogna essere sempre presenti per godere dello “spettacolo” che puntualmente si verifica..c’è un gruppo di camper inglesi con “gentil man” in abiti coloniali e tanto di binocolo. A sera poi, i proprietari di tre jeep polacche con tende al seguito e ben 8 ruote di scorta, hanno acceso le loro puzzolentissime lampade a cherosene. E, nonostante le luci del campeggio, della vivacissima città vicina e delle loro lampade, si sono messi a osservare il cielo “africano”..E va bene che siete in Africa ma non potete aspettare almeno di essere nel deserto ?
Mar
31
2012